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    Il calcio italiano sta male: occorre ripartire da chi non ha colpa

Hanno colpa tutti, ma qualcuno ha un po' di colpa in più. Hanno colpa quei dirigenti che nel rapporto con gli allenatori delle giovanili s'ispirano ai professionisti per un aspetto - l'esonero se i risultati girano male - e non per quello che servirebbe: troppo spesso i compensi non vanno oltre qualche spicciolo, peraltro mascherato dietro l'ipocrisia del rimborso spese, e costringono tanti - e ce ne sono molto bravi e molto preparati - ad affiancare un lavoro diverso ('un lavoro vero'), quello che porta uno stipendio e si prende tempo ed energie che sarebbe bene dedicare a campo, studio e formazione.

Hanno colpa quei dirigenti che dicono che non ci sono soldi per pagare gli allenatori delle giovanili, e che però quei soldi li trovano per i calciatori d'Eccellenza, di Promozione, di Prima Categoria: a livello dilettantistico il calcio è l'unico sport nel quale riscuote chi pratica e non chi insegna. Riscuote il maestro di tennis, l'aspirante tennista paga; riscuote l'istruttore di nuoto, il nuotatore paga; riscuote il personal trainer, chi s'allena paga; eppure nello stesso club riscuote chi gioca a calcio, e per gli allenatori non ci sono soldi, perché tanto allenano per passione: per passione, nel tempo libero, dopo aver lavorato.

Hanno colpa quei dirigenti, e hanno colpa coloro che questo sistema lo alimentano: hanno colpa quei dilettanti che del diletto vogliono fare un mestiere, e si fanno rappresentare dai procuratori in Eccellenza, in Promozione, negli Juniores nazionali; hanno colpa i dirigenti che con i procuratori parlano, e ha colpa un sistema che questo dialogo lo consente.

Hanno colpa quei direttori sportivi che ai procuratori s'affidano ogni volta che devono allestire una squadra, e che più che il calciatore migliore tesserano quello più utile, qualsiasi sia l'utilità, e che si fanno andar bene i pacchetti composti da uno buono e uno che se si vuole quello buono va preso per forza.

Ha colpa chi vede il calcio come soluzione d'un problema economico, chi pensa che il figlio debba far carriera per diventare ricco e arricchire la famiglia, e allora ogni panchina non è più solo una scelta tecnica, bensì un atto ostile finalizzato a impoverire uno e ad arricchire qualcun altro.

Ha colpa chi non concede la nazionalità ai giovani italiani di seconda generazione e li costringe a tour burocratici estenuanti, salvo poi appropriarsi delle loro vittorie una volta che, specie negli sport individuali - lì arriva solo chi è forte, arriva di suo -, vestono una divisa azzurra: sono gli unici il colore della cui pelle qualcuno si scorda di guardare.

Ha colpa chi s'è scordato che il calcio è uno sport, che come tutti gli sport richiede una tecnica, e che il fisico non può essere la componente principale; ha colpa chi d'una squadra giovanile sceglie il più grosso pensando che tanto per insegnargli a calciare c'è tempo: per ogni Ndour che forse impara ce ne sono decine che una volta vinto il primo di mille contrasti poi di quel pallone non sanno che fare, se non passarlo al compagno che sta più vicino e pregare Iddio che non sia soltanto un altro gigante che di sicuro a calciare avrebbe imparato.

Peraltro, tra i trenta e i vent'anni fa il fisico anziché la tecnica per prima ha iniziato a prediligerlo l'Aia, ha colpa anche l'Aia, pensando d'aver bisogno d'arbitri belli, 'atleti in mezzo agli atleti', omoni d'un metro e novanta capaci di tempi impressionanti sui cento metri, e non d'arbitri di personalità e di gente capace di leggere le partite, «tanto a fischiare gli s'insegna»: non è andata tanto bene, bastava accorgersene e non replicare, ha colpa l'Aia e ha colpa chi senz'accorgersene all'Aia s'è ispirato.

Infine, ha colpa chi non ha capito che ci vogliono più categorie e più partite che contano, non meno - di meno ci vogliono solo i risultati in doppia cifra, non per una ragione etica, ma perché non servono a nessuno -, che ci vuole più competitività, non meno, e dunque più abitudine alla competitività, non meno. Uno sport nel quale non esistono frustrazione né sconfitta è uguale alla scuola senza voti brutti: nessuno dei due insegna, perché s'impara - e ci si migliora - solo se ci si confronta col principio di realtà, se si sbatte contro un errore o un'ingiustizia.

Sembra che la nostra gioventù non debba mai fare esperienza dell'amarezza, eppure l'amarezza è uno - l'altro è l'amore - dei due motori dell'universo: dall'amarezza nasce la rivalsa, dalla rivalsa il progresso. È meglio piangere quattordicenni perché s'è persa una partita per un errore - proprio, d'un compagno, dell'arbitro - che non piangere mai fino a diciott'anni, e poi non riuscire a gestire il rifiuto d'una ragazza che dice no, o non più.

Hanno colpa tutti, e dunque ha colpa Gattuso, che non convoca Fagioli, che non riesce ad aggiustare un 2-5-2 in un 4-3-1 e che toglie tutti i rigoristi in una partita che sperava di finire ai rigori, hanno colpa Pio Esposito e Cristante che quei rigori li hanno calciati con meno tecnica che paura, ha colpa la Lega Serie A che voleva far giocare Milan-Como a Perth e, dopo averne cambiato il formato (partecipa non solo chi ha vinto, ma anche chi ha perso), sposta la Supercoppa dove più che il pallone sta bene il petrolio, ha colpa la Federcalcio, per il cui vertice si parla d'un duello tra Abete e Malagò, del '50 uno e del '59 l'altro, e hanno colpa tanti che di questo sistema dovrebbero gestire la ricchezza, e invece quella ricchezza la sbriciolano. Non il brand, non gli stadi, per carità, ormai nemmeno più la storia. Una sola ricchezza ha il calcio italiano: i giovani calciatori italiani, gli unici che colpa non ce l'hanno.

Samuele Tofani

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